Riscoprire l’inesplorato monitorando i rifiuti marini a San Giorgio in Alga

Giugno 29, 2026
Riscoprire l’inesplorato monitorando i rifiuti marini a San Giorgio in Alga

Incastonata tra la Giudecca e la terraferma, la piccola isola di San Giorgio in Alga è uno dei molti luoghi dimenticati della laguna veneziana. Il suo nome deriva dalle alghe che crescono rigogliose nelle acque circostanti, e la sua storia attraversa oltre mille anni.

Le prime tracce stabili a San Giorgio in Alga risalgono all’anno Mille, quando vi fu fondato un monastero benedettino. Nei secoli successivi l’isola assunse un’importanza ben maggiore di quanto le sue dimensioni modeste lasciassero immaginare. All’inizio del Quattrocento vi si insediò una congregazione di canonici, alcuni dei quali sarebbero diventati tra le figure più influenti della storia cristiana. Da questa piccola isola lagunare provennero Lorenzo Giustiniani, primo Patriarca di Venezia, e Gabriele Condulmer, futuro papa Eugenio IV. In epoca rinascimentale fu anche un importante centro di umanesimo, dotato di una celebre biblioteca, e i dignitari stranieri vi sostavano prima di fare il loro ingresso ufficiale a Venezia.

L’isola è legata anche alla presenza dei Templari a Venezia, che secondo la tradizione storica potrebbero averla utilizzata come punto di transito per le grandi navi templari provenienti dalla Terra Santa, trasbordando il carico su imbarcazioni più piccole prima dell’ingresso in città. La congregazione qui fondata fu poi soppressa nel 1668 da papa Clemente IX. Un incendio nel 1717 distrusse gran parte di ciò che restava degli edifici e, alla fine del Settecento, l’isola era diventata un carcere politico sotto la dominazione austriaca. L’ultimo capitolo della sua storia abitata risale alla Seconda guerra mondiale quando, secondo alcune fonti, vi sorse una base segreta di addestramento per i sommozzatori nazisti, impegnati a esercitarsi nel posizionamento di mine subacquee. Da allora è rimasta completamente abbandonata.

San Giorgio in Alga è tutt’altro che sola in questo destino. Le isole abbandonate sono un fenomeno globale: da Hashima, in Giappone, un’intera città-isola industriale lasciata al degrado dopo la chiusura delle miniere di carbone nel 1974, alle fortezze deserte degli arcipelaghi più remoti della Scozia, fino agli atolli disabitati del Pacifico inghiottiti dall’innalzamento dei mari. Ciò che le accomuna, oltre al silenzio, è la plastica. I rifiuti viaggiano sulle correnti e sulle maree, raggiungendo i luoghi più remoti e dimenticati della Terra, a prescindere dalla presenza umana. La laguna veneziana, con la sua fitta costellazione di isole in diversi stadi di abbandono e di utilizzo, offre un ambiente raro e circoscritto in cui studiare il fenomeno con rigore. È anche per questo che Venezia rappresenta un laboratorio così prezioso per la ricerca sui rifiuti marini, e che i dati qui raccolti hanno una rilevanza che va ben oltre i confini della laguna.

Venerdì 26 giugno, nell’ambito del progetto JOINABLE finanziato dall’UE, Venice Lagoon Plastic Free ha condotto il primo intervento di monitoraggio dei rifiuti spiaggiati lungo le rive di San Giorgio in Alga, applicando il protocollo di monitoraggio standardizzato europeo per documentare e quantificare i rifiuti accumulati su quest’isola disabitata.

Il team ha catalogato 668 rifiuti marini lungo un transetto di 100 metri di costa. I tre elementi più ricorrenti sono stati 160 frammenti di vetro, 96 pezzi di polistirolo e 62 bottiglie di plastica da mezzo litro: un richiamo al fatto che nemmeno gli angoli più remoti della laguna veneziana sfuggono all’inquinamento da plastica. Questi dati contribuiscono all’impegno costante di VLPF nel costruire un set di dati coerente e comparabile sull’intera laguna, alimentando la base di evidenze che orienta sia la gestione ambientale locale sia le più ampie politiche europee per la riduzione dei rifiuti marini anche nel quadro della Missione Oceano della UE.

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